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Incipit di "Come un'eclissi solare"

Jul 24, 2016

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Come uneclissi solare

David Valentini

Prologo

Quando limmagine di Alberto mi si para davanti, il mio braccio inconsapevole prolungamento di un atavico istinto di conversazione colpisce la tazzina di caff abbandonata sul tavolo. Devo bloccarla, o si frantumer a terra e sparger cristalli di porcellana e onde sonore in giro per la strada umida e cosparsa di cicche. Volevo mantenere lanonimato ma questo gesto sta per tradirmi. Osservo con occhi allucinati il lento scorrere della tazzina e dentro di me lancio un urlo silenzioso. Lui se ne accorger di sicuro. Non era cos che doveva andare, con il caos provocato da una tazzina frantumata. Sospesa nel tempo, mi osserva beffarda. Ma lei non era prevista quando ho messo piede fuori dalla stazione Tiburtina in questo affollato mattino di dicembre. Non era prevista, ovviamente, neanche quando ho preso il treno da Fiumicino, quella carcassa mobile fatta di sedili consumati, di scritte sulle pareti, di controllori svogliati. E men che mai ne pregustavo la maledetta presenza mentre fissavo il mondo fuori dagli obl, sullaereo da Heathrow.

Capitolo 1

Stamattina ero a Londra, nel letto di piume, abbracciato a Rachel. Elisabeth fra noi, una testolina bionda nellazzurro delle lenzuola. Appena giunto alla stazione, prima di prendere il treno per Roma, avevo sentito i nervi dello stomaco contrarsi e tutti i miei vecchi tic e nervosismi tornare a galla come una pallina da golf finita nello stagno. Ci avevo provato, davvero, a combatterli, a ricacciarli nel fondo della coscienza. Avevo ceduto subito, per, quando il mio sguardo si era posato sui cantieri in costruzione, sui fumi verdi e grigi, sulle folle rumorose del piazzale della stazione Tiburtina. Ogni volta che torno a Roma riprendo a farmi del male con quegli orribili vizi. Ogni volta che torno a casa, poi, mi ritrovo qualche chilo addosso e dei cerchi neri intorno agli occhi che devo eliminare facendo yoga o portando le mie due ragazze allinSpiral Caf di Camdem Lock o in un Pret a Manger. Ancora una volta avrei dovuto purificarmi dalle secrezioni venefiche di quella citt. Dai suoi miasmi, dal suo fetore. E dire che, come si fa con unamante perduta, un tempo ne sopportavo i difetti. Era per me cos debole e indifesa dinnanzi al tempo implacabile che provava in tutti i modi a deturparla! Oggi invece non tollero il suo fiato: ogni sua voce una pugnalata che vorrei rispedirle contro, la forza moltiplicata dal potere dellodio represso e accumulato.Due ore di aereo, un ritardo allarrivo per problemi di pista e quasi unora a bordo di un treno vecchio quanto il mondo i sedili malconci e spesso impregnati di materiale non ben definito avevano fatto s che il mal di testa, mio compagno perenne, tornasse a bussare alle tempie, accogliendomi con un caloroso benvenuto alluscita della stazione. Insieme a lui, suoni e odori mai scordati avevano subito urlato: Bentornato!, con tanto di striscione: Ti siamo mancati?.No.Cos, gi con lastio nelle vene, mi ero ritrovato catapultato sul grande stradone consolare, immerso nel traffico quotidiano. Una valigia e un cappotto di finta pelle mi avevano fatto compagnia, mentre il reflusso gastrico della stazione sputava sul grigio il verde delle facce colleriche della gente. Avevo aperto il pacchetto di Chesterfield appena comprato e ne avevo accesa una per riempire i polmoni di quel sapore morbido e avvolgente. Un colpo di tosse mi aveva sorpreso, disabituato al fumo. Avevo percepito il volto contrarsi, farsi duro, spigoloso. Tra tutti i giorni che avrei potuto scegliere per tornare a trovare la mia famiglia, avevo beccato proprio un venerd di sciopero dei mezzi pubblici: leterno dramma per i pendolari romani, un cubo di Rubik a milioni di facce da risolvere a occhi chiusi e mani legate. Se avessi aspettato qualche stakanovista dellATAC per arrivare a casa dai miei, a pochissimi chilometri da qui, avrei impiegato ore, immerso tra gli insulti e le bestemmie. Gi lo sentivo lingorgo vicino, la cacofonia del concerto meccanico. Centinaia di pazzi chiusi nei loro cubicoli con il riscaldamento al massimo, ferventi come gelatine molli, intenti a scrivere al mondo che oggi era unaltra giornata di merda, a chiedersi che motivo avessero gli autisti per scioperare, a ribadire che cera troppa gente in macchina e a ripensare che la guida non era sportiva come nelle pubblicit: una scogliera vuota, unautostrada solitaria e solo un unico, fiammante bolide sparato a centocinquanta allora. Gi la sentivo la preghiera di milioni di voci che chiedevano solo di poter tornare a casa per lanciarsi davanti alla TV e disattivare la batteria cerebrale, almeno per un pochino. Almeno per una vita intera.La nausea.La Chesterfield, bruciata quasi fino al filtro, scottava fra le mie labbra. Dimentico subito delle abitudini acquisite da nordeuropeo, lavevo lasciata cadere a terra, osservando la scia leggera di fumo compiere acrobazie voluttuose nellaria, finch lultimo bagliore rossastro aveva incontrato lumido piastrellato della stazione esterna. Mi ero accorto dopo un istante del secchio vicino a me ma ormai il danno era fatto. Avevo calpestato la cicca, percependo il sibilo frizzante della sua morte.Welcome back home, Italian man.Alzato lo sguardo, i miei occhi erano stati stuprati dalla macabra scena di quattro carcasse rosse di autobus incastrate tra le lamiere congelate. Quando una di queste si era aperta per accogliere gli animali da salvare dal diluvio universale, gli starnazzi incendiari della gente avevano iniziato a scotennare lautista, chiedendogli perch lautobus ci avesse messo unora per arrivare e dove fossero quelli che avrebbero dovuto controllare gli zingari che si fregano i cellulari. Perch non avevano mai voglia di lavorare, come facevano loro quanderano giovani, quando il pane si faceva a casa e tutto era pi bello. Era colpa di quegli autisti sfaticati se avrebbero fatto tardi per pranzo, e dire che cera tanta gente che aveva voglia di lavorare!Non ce la potevo fare. Avevo voltato le spalle alla disperazione e a passi svelti mi ero allontanato. Avevo torturato il Nokia, pigiando con forza sui tasti e sperando in una benedizione divina.Che palle! mi aveva accolto Natalia nella bufera di suoni. Dai, sono appena arrivata a casa, mamma e pap sono di l con Sergio e i bambini. Dove sei? Non puoi tornare per conto tuo?.Hi sweet sister, Im pretty good today, thanks for asking. What about you?.Sto bene ma non fare lo stronzo e parla italiano!.Stavo giocando, datti una calmata, scema. Sono alla stazione ma qui il delirio. E non posso tornare per conto mio perch oggi c sciopero.Ah, giusto. E come sei arrivato alla stazione dallaeroporto?.Dio ascolta le nostre preghiere: il bellissimo treno dallaeroporto funzionava, con quello che costa! Il problema sono le metro e i bus. Dovresti saperlo che bastano due gocce dacqua e uno sciopero per bloccare tutto.Okay, okay, vengo. Che rottura per! Devo portarti un ombrello? Ha piovuto allaeroporto?.No, tranquilla. Basta che mi eviti questo caos, ti prego. Non ci sono pi abituato.S, va bene. Mi devi un favore, e ti coster caro! Fra una quarantina di minuti sar da te, spero.A dopo, scema.Non era per niente entusiasta di uscire di casa con questo freddo soprattutto perch, ne ero convinto, la casa doveva essere piena di profumi invitanti. Mamma mi aveva promesso cannelloni ricotta e spinaci e timballo di patate. Un ottimo benvenuto, decisamente pi accogliente. Per colpa di quei pensieri la fame aveva iniziato a farsi sentire, e oltretutto avevo una quarantina minuti da buttare. Mi ero guardato intorno, trovando la stazione addobbata con stelle e scritte di auguri. Perch loro desideravano veramente che tu proprio tu, e nessun altro! passassi un buon natale e un felice capodanno. Avevo cercato un bar, per prendere qualcosa di caldo prima di morire assiderato. Avevo scansato masse isteriche che, senza guardare, correvano ovunque in preda al tempo che se le portava via. Cercavano di evitare le pozzanghere melmose, in bilico tra pacchi di regali incartati e nastri colorati e luccicanti. Offerte tre per due, sconti eccezionali e promozioni imperdibili affollavano i negozi vuoti. Aromi di kebab appesi e cibi tandoori bruciati completavano lo strano quadro, che rendeva questa parte di citt molto simile a decine di altre che avevo visitato negli anni. Roma, la citt eterna e che non dorme mai, si era svegliata di malumore stamane. Ne avevo osservato lo sguardo vacuo, ne avevo annusato il profumo da due soldi, da puttana dalto bordo. Era in depressione cronica: gli psicofarmaci dai mille colori non bastavano a tirarla su, e le crepe delle strade non si sarebbero riempite col botulino. Sembrava destinata a una lenta e agonizzante vecchiaia.Avevo ordinato un caff e una cioccolata calda nel bar meno squallido della zona, gettandomi sulla sedia mezza arrugginita.Con panna, per favore.Due margherite e qualche altra pianta azzurra mi osservavano da un vaso di terracotta lungo e sbeccato. Avevo seguito il percorso di una goccia scendere sinuosa da un petalo, lenta come il tempo, portando con s uno strato di fumo incrostato. Dopo qualche minuto il caff e la cioccolata erano arrivati in una bella tazza Eraclea dal colore caldo, insieme allo scontrino. Avevo sperato che quei cinque euro fossero ben spesi, avendo convertito poche sterline che sarebbero dovute bastare per i prossimi quattro o cinque giorni. Avevo buttato gi il caff in un solo colpo, e subito il sapore amaro e il profumo confortante mi avevano avvolto come un abbraccio estivo, facendomi scordare il fastidio che mi avvinghiava da dietro. Le mie labbra si erano incurvate appena. Avevo sentito il desiderio di abbracciare pap, parlargli dei miei studi sui centri emotivi dellencefalo; baciare mamma, dirle che le volevo bene, mostrarle le foto di Elisabeth addormentata nel mio letto col pigiama verde con le orecchie da rana. Avrei rivisto mia sorella e i miei nipoti, che non vedevo da sei mesi. Loro s che mi